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Vivi Cabras

Museo Civico di Cabras e Area Archeologica di Tharros

Dove si trova?

Museo - Via Tharros  - 09072 - Tel. 0783.290636
Area Archeologica di Tharros c/o San Giovanni di Sinis - tel. 0783.370019

Orari

MUSEO


Periodo settimanale         orario                                     chiusura 

Dal 1 novembre
al 31 marzo                      O9.00 -13.00 /15.00 -19.00                       Lunedì
      
Dal 1 aprile
al 31  ottobre                   dal lunedì al sabato 09.00-13.00                sempre aperto
                                                                        16.00-20.00                
                                        Domenica e festivi   09.00-13.00                sempre aperto
                                                                        15.00-20.00     
                                                                            

Il museo rimarrà chiuso il 25.12 e il 01.01

 

 

THARROS E TORRE DI SAN GIOVANNI


Periodo settimanale           orario                                     chiusura
   
                                                                                                                      

Novembre-dicembre-gennaio     09.00  – 17.00                                    Lunedì

Febbraio–marzo                          09.00  –  18.00                                   Lunedì

Aprile–maggio                             tutti i giorni  09.00 – 19.00               sempre aperto

giugno–luglio-Agosto                 tutti i giorni  09.00 – 20.00               sempre aperto

settembre                                    tutti i giorni  09.00 – 19.00               sempre aperto

ottobre                                        tutti i giorni  09.00 – 18.00               sempre aperto



Il museo rimarrà chiuso il 25.12 e il 01.01

 

Il Museo

Il Museo, inaugurato il 28 dicembre 1997, è situato sul bordo dello Stagno di Cabras, alla periferia dell'abitato. Nelle sale del Museo è in esposizione un'ampia raccolta di materiali archeologici provenienti principalmente dagli scavi effettuati nel sito di Cuccuru Is Arrius, negli anni 1978-80, ed a Tharros, dagli anni '50 in poi. I materiali della sezione dedicata a Cuccuru Is Arrius documentano una sequenza insediamentale che dal Neolitico Medio giunge fino al periodo romano.

Della necropoli ipogeica di cultura Bonu Ighinu (Neolitico Medio) sono esposti materiali di corredo, tra cui diversi idoletti femminili di tipo volumetrico, ceramiche, elementi di collana, punte di zagaglia in osso e microliti geometrici in ossidiana. All'interno della stessa sezione ampio spazio è dedicato alle ceramiche e agli strumenti litici provenienti dai villaggi di cultura San Ciriaco (Neolitico Medio Superiore), San Michele di Ozieri (Neolitico Superiore) e sub-Ozieri (Eneolitico). Caratteristici della fase culturale Ozieri sono alcuni idoletti femminili e uno maschile in terracotta e in marmo. Dall'area del tempio a pozzo nuragico, riutilizzato in età romano-repubblicana come sede di un culto agrario, provengono delle statuine fittili femminili panneggiate e vari altri ex-voto. Completano la documentazione sull'insediamento i materiali di corredo della necropoli romano-imperiale (I-III sec. d.C.).

La sezione riservata a Tharros propone un quadro delle indagini archeologiche condotte nel sito dal secolo scorso in poi. Buona parte dell'esposizione è dedicata al tipico santuario fenicio-punico, il tophet, con un'ampia documentazione grafica e fotografica che ripercorre la storia dello scavo e ne illustra i caratteri. Le numerose urne fittili, in alcuni casi con ricca decorazione dipinta, e le relative coperture, offrono un'ampia esemplificazione della ceramica tipica del santuario tharrense. Le stele in arenaria, esposte nella sala centrale del Museo, ben rappresentano questa categoria artigianale con esemplari che sono tra i più caratteristici e noti di Tharros. Alcuni piccoli oggetti rinvenuti all'interno delle urne assieme ai resti incinerati dei fanciulli e degli animali, quali amuleti e altri elementi d'ornamento, ampliano la documentazione sul tophet.

Uno spazio non secondario è dedicato ai risultati delle più recenti campagne di scavo condotte nel vicino quartiere artigianale. Oltre ai materiali ceramici, ai frammenti di terrecotte e di vasetti in pasta vitrea, di particolare interesse sono le scorie di ferro, i boccolari, i frammenti delle pareti delle fornaci che testimoniano l'intensa attività metallurgica svoltasi in età punica nell'area. Alcuni pannelli didascalici mostrano i risultati delle indagini archeometriche condotte di recente su questi ultimi materiali. La città di Tharros romana e paleo-cristiana, illustrata in due grandi pannelli, è rappresentata essenzialmente da materiali ceramici e lapidei, tra cui alcune teste e frammenti architettonici in marmo, recuperati con gli scavi degli anni '50. Da segnalare poi un miliario in arenaria rinvenuto più recentemente nelle campagne di Cabras.

Una sezione del Museo è dedicata alle specie botaniche più caratteristiche dell'ambiente del Sinis, di cui viene data ampia documentazione descrittiva e fotografica.

Nell'atrio del Museo, infine, trovano spazio delle mostre temporanee dedicate agli aspetti archeologici e storici del territorio.


La necropoli di Monti Prama

La necropoli di Monti Prama si trova nel territorio di Cabras, alla base del colle omonimo, lungo la strada che da S. Salvatore porta a Riola Sardo.
L’area funeraria venne scoperta casualmente nel 1974. Il primo intervento di scavo fu condotto nel dicembre 1975 da Alessandro Bedini (Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano), che riuscì ad individuare una decina di sepolture a cista litica quadrangolare e altre a pozzetto circolare, alcune delle quali associate a materiali ceramici nuragici.
Dopo l’intervento d’urgenza effettuato nel gennaio del 1977 da Giovanni Lilliu ed Enrico Atzeni (Università di Cagliari), altri scavi furono condotti nello stesso anno e nel 1979 da Carlo Tronchetti (Soprintendenza Archeologica di Cagliari), coadiuvato da M. Luisa Ferrarese Ceruti (Università di Cagliari). Con l’intervento del 1977 e del 1979 vennero individuate più a sud altre trenta tombe allineate su un unico filare da sud a nord, più altre tre poste ad est delle ultime tre settentrionali.
Le sepolture, scavate nel terreno, sono del tipo a pozzetto subcircolare, con un diametro da 60 a 70 cm e una profondità dai 70 agli 80, e coperte da lastroni quadrangolari di arenaria gessosa di cm 100 x 100 x 14 di spessore. Esse erano del tutto prive di corredo, ad eccezione della tomba 25 che ha restituito uno scaraboide egittizzante tipo Hyksos.
L’area indagata negli anni 1977 e 1979 era ricoperta da un accumulo di materiali scultorei in cui erano compresi più di 4000 frammenti di statue e di altri elementi in arenaria gessosa. Gli individui sepolti appartengono ad entrambi i sessi e sono tutti di età postpuberale.
Secondo C. Tronchetti, che ha condotto gli ultimi scavi, la necropoli-santuario si pone su un’ideale linea di confine tra spazio controllato dai Nuragici e i nuovi arrivati fenici, stanziati più a sud a Tharros, con i quali i rapporti non erano di ostile contrapposizione. Nonostante le diverse ipotesi di datazione proposte, il contesto viene ora generalmente datato all’VIII sec. a.C.
La necropoli in corso di scavo.
 

Pianta della necropoli (da Tronchetti 2005).


I materiali Le collezioni

I materiali scultorei recuperati nell’area della necropoli sono pertinenti a figure umane, modelli di nuraghe e betili. Le statue individuate si riferiscono a diverse iconografie di figure maschili di guerrieri.
Vi sono gli arcieri, che indossano una corta tunica e una protezione sul petto, hanno un elmo a due corna sulla testa da cui escono lunghe trecce; il braccio sinistro, protetto da una guaina e da un guanto, tiene un arco. Il braccio destro ha avambraccio e mano protesi in avanti. Le gambe sono protette da schinieri.
I pugilatori, invece, indossano un gonnellino e sono a torso nudo. Proteggono la testa con uno scudo tenuto dalla mano sinistra posta alla sommità del capo, mentre la mano destra, protetta da un guanto, regge l’altro lato dello scudo.
La presenza di frammenti non riconducibili alle iconografie descritte ha suggerito la possibilità che vi siano altre figure di guerriero non ancora ben individuate.
La restituzione grafica delle statue di Monti Prama consente di ipotizzare per le più grandi un’altezza che va oltre i 2,50 m. Quasi certamente il modello di riferimento furono i bronzetti figurati, dei quali le statue in pietra riprendono abbastanza fedelmente le iconografie e gli stilemi.
 
              

Teste di guerrieri presso il laboratorio di restauro di Li Punti.

 
           

Busti di guerrieri in parte ricomposti, nel laboratorio di Li Punti.

 
La documentazione scultorea è completata dalla presenza di modellini in pietra di nuraghe; sono documentati otto esemplari che riproducono nuraghi complessi, tredici che invece rappresentano torri singole, sia del tipo monotorre che del tipo complesso.
 
Modellino di nuraghe semplice.
Compaiono, infine, dei betili, vale a dire delle pietre sacre, scolpiti in arenaria e riferibili al tipo cosiddetto “Oragiàna”, cioè di forma troncoconica con incavi quadrangolari poco sotto il colmo.
Tali materiali, grazie al progetto culturale “Monti ’e Prama Prenda ’e Zenia”, sono stati sottoposti, presso il “Centro di Restauro e Conservazione” della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Sassari e Nuoro in loc. li Punti (Sassari), ad un lungo processo di studio, documentazione e restauro, finalizzato alla ricomposizione delle statue.
 

Operazioni di restauro presso il laboratorio di Li Punti.

 
L’intervento ha previsto in prima battuta la realizzazione di analisi diagnostiche per stabilire la composizione e la provenienza della pietra impiegata, lo stato di conservazione e le forme di degrado delle superfici. A ciò è seguita una puntuale documentazione di tipo fotografico, grafico e filmato. Tale attività, strettamente legata alle successive operazioni conservative e di restauro, ha consentito di ricostruire le tecniche di lavorazione e di individuare gli strumenti utilizzati dagli scalpellini nuragici. Si è potuto così dimostrare l’uso di manufatti in bronzo quali la subbia, scalpelli con lame di dimensioni diverse, uno strumento simile a un raschietto per levigare le superfici, punte per incidere le linee di dettaglio, il trapano, uno strumento simile al compasso per ottenere cerchi perfetti, e forse la gradina.
A tale fase è seguita la pulitura delle superfici dai depositi di terra e dai sottostanti strati carbonatati, sempre però nel rispetto delle superfici originarie e delle patine. A tal fine sono state eseguite alcune operazioni quali la rimozione a secco dei depositi terrosi con l’uso di pennelli, bisturi, microincisori e aspiratori; l’atomizzazione dell’acqua che consente di vaporizzare a bassa pressione e a bassa concentrazione l’acqua sui depositi, per periodi che vanno da due a quattro ore e, infine, la pulitura meccanica con bisturi, specilli in legno e spazzolini.
Dopo specifici interventi di consolidamento, è iniziata una fase assai lunga e difficoltosa consistente nella ricerca degli attacchi tra i 4000 e più frammenti, nel tentativo di ricomporre le statue. Per facilitare questa operazione, si è provveduto a suddividere i materiali per categorie, materiali e forme di degrado, formando così gruppi sempre più ristretti.
Nei casi in cui si è riusciti a trovare frammenti riconducibili al medesimo manufatto, si è proceduto alla loro ricomposizione con l’uso di resine epossidiche sia come collanti che per integrare le eventuali parti mancanti. La resina è stata poi stuccata con una malta a base di calce che si avvicina al colore della pietra.
Grazie a questo lungo intervento di restauro si è riusciti a ricostruire parzialmente diverse statue, unica testimonianza in Sardegna della grande statuaria nuragica, oltre che vari modellini di nuraghe e betili.
 

le collezioni pulix e sulis


Il 24 luglio 2010 è stata inaugurata al Museo Civico di Cabras l'esposizione di due collezioni di materiali archeologici che prendono il nome dai loro antichi proprietari.
La collezione Pulix, acquistata dalla Regione Sardegna e affidata temporaneamente al Museo, si è formata tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento con materiali rinvenuti probabilmente nei territori di Suelli o Tonara. La raccolta, che conserva manufatti di notevole interesse nel quadro delle produzioni artigianali di età nuragica, in gran parte databili tra il Bronzo finale e la prima età del ferro, è composta, per la quasi totalità, da oggetti metallici. Tra i più significativi si ricordano numerose armi in bronzo (asce,spade,punta di lancia,pugnali, coltello,spilloni), oggetti d'ornamento (bracciali, fibule d’importazione, vaghi di collana), bottoni, frammenti di tripode di tipo cipriota, una navicella nuragica integra, figurine di animali, due recipienti in piombo, alcuni vasi ceramici. Nonostante l’assenza dei dati di provenienza, può ipotizzarsi che una parte dei reperti bronzei costituisse la riserva di un fonditore o parte di un ripostiglio finalizzato al reimpiego del metallo. Non si può escludere neanche che molti di questi fossero stati realizzati per un ambito votivo e cultuale e che in tale contesto facessero parte di un deposito di beni preziosi tra i quali erano presenti anche elementi esotici di importazione (tripode cipriota e fibule peninsulari).

La Collezione Sulis è costituita invece da quasi sessanta reperti, provenienti in gran parte dal Sinis e inquadrabili in un arco cronologico compreso tra la preistoria e la tarda antichità. I materiali, in parte editi negli anni Novanta, sono stati consegnati al Museo di Cabras dal Dott. Paolo Sulis di Oristano. Tra i materiali ceramici si ricordano un’olletta decorata neolitica, un’olletta nuragica, numerosi vasi anche dipinti di età punica, alcuni vasi a vernice nera, alcuni dei quali rinvenuti nella penisola italiana, numerosi esemplari di età romana sia di probabile produzione locale che di importazione. Si segnala inoltre un bruciaprofumi a testa femminile, del tipo di solito associato a culti femminili di età punica e romano-repubblicana. Tra i materiali non ceramici, compaiono alcuni oggetti romani in vetro, una moneta in argento coniata a Messina alla fine del V sec. a.C., due stele funerarie in arenaria, databili tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’età imperiale romana, quattro cinerari in arenaria di forma subcilindrica o parallelepipeda, ascrivibili a deposizioni di età tardo-repubblicana o primo imperiale. Nonostante l’assenza dei dati di contesto, la Collezione appare di grande interesse per la varietà e il numero dei reperti che risultano esemplificativi di diverse classi artigianali antiche.

 

Cuccuru Is Arrius

Il sito prenuragico di Cuccuru Is Arrius, scoperto durante gli scavi del canale scolmatore, è situato sulle sponde sud occidentali dello stagno di Cabras. Il sito è interessato da una necropoli e da diversi insediamenti del neolitico, del calcolitico, di età punica , da un tempio a pozzo nuragico cui era annessa un'area cultuale tardo-repubblicana ed infine da una necropoli romana-imperiale. Nel villaggio di Cuccuru Is Arrius si abitava in capanne seminterrate, fatte di pali ed erbe palustri, si praticava la caccia, si coltivavano il grano duro, l'orzo, le lenticchie e le fave. Si lavorava e commerciava l'ossidiana, si univano abilità e gusto nelle ceramiche, si fondevano senso artistico e fede religiosa nelle statuine della dea madre; protettrice dei vivi e dei morti. Il tempietto a pozzo c'è pervenuto inserito nell'ambito di un'area cultuale di età storica, le sue strutture furono riutilizzate nell'impianto di un nuovo edificio cultuale del III° - I° secolo a.C. al cui interno furono trovate cinque stele di arenaria. La necropoli romana si estende per circa 50 metri in lunghezza, la larghezza è di circa 10 metri, ma sicuramente in origine era più vasta. Nel sepolcreto sono state rinvenute 56 tombe la cui tipologia è quella delle necropoli romane povere. I corredi di accompagno, infatti, sono modesti e costituiti soprattutto da vasellame comune.



Tharros

La città di Tharros sorge all’estremità meridionale della Penisola del Sinis, una regione che fin dal IV millennio a.C. appare interessata da fenomeni antropici importanti. La città venne fondata probabilmente alla fine dell’VIII secolo a.C. da genti fenicie in un’area già frequentata in età nuragica.

Della fase fenicia, di cui non si conosce l’abitato, rimangono poche testimonianze relative essenzialmente ad ambito funerario e votivo. Le tombe ad incinerazione di Capo S. Marco e dell’area di S. Giovanni di Sinis erano note già dall’Ottocento, mentre i materiali più antichi del tophet, il tipico santuario fenicio-punico a cielo aperto con all’interno le urne contenenti i resti incinerati dei bambini e degli animali sacrificati e le stele, veri e propri signacoli in pietra con il simbolo o l’immagine della divinità, ci mostrano un santuario già attivo nel VII sec. a.C.

Nella seconda metà del VI secolo, momento di grandi cambiamenti non solo in Sardegna per il prevalere della politica espansionistica di Cartagine, Tharros non sfugge alla conquista da parte della città africana. A partire da questo momento si assiste alla monumentalizzazione della città, con la costruzione di numerosi edifici, tra cui il cosiddetto tempio monumentale o “delle semicolonne doriche”, e dell’imponente cinta fortificata che chiude la città da possibili attacchi da terra; il tophet, che viene ora compreso all’interno dello spazio fortificato, continua la sua attività; nell’area immediatamente ad ovest dello stesso, si impianta alla fine del V sec. a.C. un importante quartiere artigianale specializzato nella lavorazione del ferro.

Di età punica sono le tombe a camera scavate nel banco roccioso di Capo S. Marco e, più a nord, presso il villaggio moderno di S. Giovanni di Sinis. Queste, costituite da un vano d’accesso, per lo più provvisto di una gradinata, e da una camera sepolcrale molto semplice, ospitavano inumati, spesso deposti con ricchi corredi. Provengono proprio da queste tombe molti dei numerosissimi reperti che oggi si trovano custoditi presso i maggiori musei sardi, italiani e stranieri.


A partire dalla conquista romana della Sardegna (238 a.C.) si avvia quel processo di profondo cambiamento che avrà compimento solo in età imperiale.

Ad età repubblicana (II sec. a.C.) viene attribuita la risistemazione delle fortificazioni di Murru Mannu, con un rifascio in grossi massi in basalto e l’innalzamento di un muro di controscarpa, che va a delimitare un largo e profondo fossato. Quanto agli edifici di culto, particolare è il cosiddetto “tempietto K” (II secolo a.C.).

È tuttavia in età imperiale che la città subisce i maggiori mutamenti. Viene effettuata una imponente risistemazione urbanistica e attorno al II secolo d.C. le strade vengono dotate di una pavimentazione in basalto, con un sistema fognario molto articolato che garantisce lo smaltimento delle acque bianche. Vengono costruiti numerosi edifici pubblici monumentali, tra cui i tre impianti termali e una struttura definita dal suo scopritore “castellum aquae” per il possibile collegamento con l’acquedotto. Quanto alle aree funerarie, esse appaiono più ampie e più estese rispetto al periodo precedente; le necropoli puniche di Capo S. Marco e di S. Giovanni vengono ancora frequentate, soprattutto nei primi secoli della conquista romana, ma si assiste ad una espansione delle stesse, nel primo caso occupando tutto l’istmo, il versante occidentale dei colli di S. Giovanni e Murru Mannu, nel secondo spostandosi verso l’interno, con importanti attestazioni anche nell’area in cui nel V secolo d.C. sorgerà la chiesa di S. Giovanni.

In età paleocristiana e altomedievale i principali edifici romani, ed in particolare le terme, subiscono delle risistemazioni. Purtroppo il continuo spoglio delle strutture antiche, perpetuato per secoli, ha notevolmente pregiudicato la ricostruzione di questa fase tarda della storia di Tharros. Sappiamo di una lenta decadenza, dovuta anche alle incursioni dei Saraceni, e di un lento spopolamento, sebbene la sede episcopale sia rimasta ancora a lungo nella città.

È solo nell’XI secolo, precisamente nel 1071, che la sede episcopale viene trasferita ad Oristano, decretando, o meglio prendendo atto, della fine del centro antico.

Le ultime ricerche nella necropoli meridionale di Tharros

Dopo un intervallo di oltre un secolo, nel 2001 si sono avviate nuove indagini nella necropoli meridionale, celebre per aver restituito, nell’Ottocento, i famosi ori di Tharros.

L’area funeraria, utilizzata dalla comunità tharrense da epoca fenicia fino a quella romana, è costituita da strutture, scavate nella roccia, del semplice tipo a fossa o del più complesso tipo a camera ipogeica, preceduta da un corridoio gradinato. La missione di scavo, condotta dall’Università di Bologna e dalla Soprintendenza Archeologica, in collaborazione con l’Università di Cagliari, ha riportato alla luce ampi lembi dell’antica area funeraria che ha restituito, nonostante le note violazioni ottocentesche, importanti testimonianze dei ricchi corredi e dei rituali funerari, in particolare di età punica. Sono stati recuperati abbondanti materiali ceramici, talvolta integri, amuleti, gioielli e manufatti metallici di utilizzo rituale o di impiego pratico che, dopo un attento studio e restauro, verranno esposti al Museo Civico di Cabras.

L’area della necropoli, che continuerà a essere indagata negli anni a venire, verrà al più presto ripristinata e restituita alla fruizione dei visitatori.


L'ipogeo di San Salvatore

L'antico villaggio di San Salvatore, costruito tra il '600 e il '700, rappresenta uno dei più importanti villaggi di cumbessias (alloggi per pellegrini) della provincia. Il piccolo agglomerato fu costruito attorno alla omonima chiesa che, edificata nel XVII secolo sopra l'antico ipogeo, è tuttora officiata dai fedeli. Si tratta di un ambiente con copertura di tegole, sostenuto da un arco che delimita una piccola navata sulla destra.

Attraverso una botola, che si apre su una scala scavata nella viva roccia, si accede all'ipogeo di origine nuragica dedicato al culto pagano delle acque. Scavato nella roccia per tutta la parte inferiore, è superiormente formato da filari di mattoni e filari di blocchetti di arenaria e presenta nelle pareti numerose iscrizioni e pitture che vanno da quella paleocristiana fino al medioevo. Si possono ammirare delle raffigurazioni di divinità, tra cui è possibile riconoscere Ercole che abbatte il leone Nemeo, le navi, le scritte in arabo e in greco e l'immagine di Venere.

L'edificio non ha vaste dimensioni: circa dieci metri di lunghezza per altrettanti di larghezza; la pianta, composta da vari ambienti, è accentrata attorno a un pozzo sacro, dentro un atrio circolare, coperto da una cupola e aperto in alto al centro.

Il pozzo circolare, nel quale è posto un betilo di età nuragica, rappresenta il punto centrale del culto delle acque, che in nessun altra regione pare aver avuto una così grande importanza come nella religione primitiva della Sardegna.

Novenario di San Salvatore © G. Lonis Pitture parietali © G. Lonis Ipogeo di San Salvatore visto dall'ingresso © G. Lonis


La chiesa di San Giovanni di Sinis

La bella chiesa di San Giovanni di Sinissi trova alla periferia dell'omonimo borgo di pescatori, dove più recentemente si è sviluppata anche l'edilizia turistica. Il monumento, di rustico e massiccio aspetto, ebbe origine in età paleocristiana, VI sec. d.C., quando fu eretto il corpo centrale cupolato; successivamente, IX- XI sec., assunse le forme attuali, con tre navate dalle massiccie volte a botte in cui l'uso della pietra arenaria locale, dal caldo colore, conferisce uno straordinario fascino; nella facciata, in parte alterata, si conservano le strutture in pietra a vista.

All'interno, oltre alle basse arcate che poggiano sui grossi pilastri, si trovano antichi altarini; la sua oscurità e la frescura dell'austero ambiente contrastano stupendamente (se vi si giunge d'estate) con il solare ambiente dell'esterno.

Chiesa di San Giovanni © AMP


Le torri costiere

Al territorio di Cabras diversi autori attribuiscono cinque torri costiere, tre di queste sono ubicate direttamente sul litorale. Esse avevano il compito di sorvegliare le coste dalle frequenti incursioni dei "barbareschi", oltre a quella di impedire attracchi di imbarcazioni infette o sospette di contrabbando. Particolarmente importante era la sorveglianza in prossimità di tonnare e peschiere, come a Cabras, più volte colpita dagli attacchi dei corsari. La più grande e la più complessa è la torre spagnola di San Giovanni di Sinis che domina l'intera penisola di Capo San Marcoe sovrasta l'abitato di Tharros. É databile alla fine del Cinquecento ed ha subito un restauro fra il 1987 e il 1990. E come le altre, la torre era, infatti, accessibile, per ragioni di sicurezza, soltanto tramite una scala di canapa retraibile. É di tipica forma troncoconica ed è alta fra i 6 e gli 8 metri. Ai primi del ´700, appariva in disarmo in quanto inutile e sostituita da quella di San Giovanni di Sinis.

La torre del Sevo, volgarmente detta Turr'e Seu, oggi pertinente all'omonimo parco naturalistico, è del tipo piccolo e semplice, anch'essa di forma troncoconica. Continuò ad essere utilizzata fino alla dismissione dell'intero sistema di difesa costiero, avvenuta nel 1867.

Torre spagnola di San Giovanni © G. Lonis Veduta aerea di Seu © AMP
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